Don Domenico Storri | Aiutare: una relazione fatta anche di emozioni

Abbiamo chiesto ad alcune amiche e amici, come Jovanotti, Lella Costa, Elio di Elio e le Storie Tese, Giuliano Pisapia e altri, di raccontare il loro punto di vista sulla relazione: l’amore e l’amicizia, il lavoro, l’educazione e l’aiuto, la politica, la relazione con Dio e con se stessi. Sono spunti per riflettere e per sorridere, un piccolo dono e un invito alle lettrici e ai lettori per dedicare, a loro volta, un po’ del loro tempo a considerare che ogni giorno siamo in relazione e, quindi, a porsi la domanda: «Che cosa posso fare per migliorare le mie relazioni?»

Questo è il contributo inedito è stato scritto qualche anno fa da parte di don Domenico Storri, psicologo e psicoterapeuta, coadiutore presso la parrocchia di San Pietro in Sala a Milano.

Scrivo queste parole rivolto agli adulti, con la speranza, però, che possano essere d’aiuto anche ai ragazzi perché comprendano che noi adulti, talvolta, ci troviamo in difficoltà quando desideriamo aiutarli.

Spesso molti genitori ed educatori mi chiedono cosa fare quando notano atteggiamenti aggressivi, provocatori, silenti o di marcata disarmonia sociale dei nostri giovani. Già, quali strategie mettere in campo in famiglia o nella scuola? In che cosa un genitore o un insegnante dovrebbe essere più preparato e attento? Le risposte, ovviamente, sono molteplici e svariate; ne propongo soltanto due. La prima. Spesso i nostri ragazzi vivono delle difficoltà che diventano abnormi per il semplice fatto che non trovano un mondo adulto capace di un reale confronto. Per un genitore affrontare con il proprio figlio adolescente tematiche come la sessualità, la droga o il significato della vita è talvolta una prova troppo pesante perché potrebbe mettere in moto problematiche dimenticate o mai risolte. Gli adulti devono imparare a leggere le proprie emozioni e le reazioni che scaturiscono dall’incontro con il “problema” del ragazzo senza provarne vergogna. Può capitare che, davanti ad una trasgressione seria, un genitore provi delle emozioni negative e rimanga da queste come paralizzato per il solo fatto di aver pensato male del proprio figlio. È necessario da parte dell’adulto saper distinguere il piano delle sensazioni da quello dell’agire. La collera del genitore, di fronte a una prevaricazione del ragazzo, deve essere sempre accompagnata da parole esplicative, pena l’atteggiamento di chiusura e di difesa che vanifica ogni intervento educativo. La seconda risposta la introduco con un’altra domanda: come rendersi conto di un malessere e come intervenire per alleggerirlo? Un giorno un ragazzo della scuola elementare con una forte problematica di balbuzie venne a parlarmi. La sua lacuna, assai prorompente, mise a dura prova entrambi: lui, per la sua fatica a esprimersi, io, per la mia voglia di abbracciarlo e di parlare al suo posto. Lo ascoltai, gli chiesi da quanto tempo parlasse così e gli proposi di intraprendere una logoterapia se non l’avesse ancora fatto. Ricordo con precisione la sua risposta: “Si sente tanto che tartaglio? Sa, nessuno me l’ha mai fatto notare come ha fatto lei oggi”. Io risposi che il suo problema era evidente, ma di non preoccuparsi perché anche re Giorgio V balbettava eppure diventò Re d’Inghilterra. Lui mi guardò con aria soddisfatta forse perché aveva trovato un adulto che non aveva paura di parlare del suo disagio. Una relazione d’aiuto prevede dunque la volontà, da parte di chi chiede sostegno e da parte di chi lo offre, di condividere non solo problemi e strategie riparatrici, ma soprattutto emozioni. Le distanze emotive rendono sterile ogni comunicazione riducendola a mera funzionalità e impediscono l’incontro tra due persone. Solo la capacità di leggere le proprie emozioni metterà il genitore, l’insegnante, l’educatore nella condizione di poter sentire il dolore e la gioia dell’altro creando così un reale avvicinamento. Occorre che la ragione diventi passione.

2018-05-16T10:08:15+00:00 16/05/2018|Categories: Chiamala relazione|Tags: |