Vito Volpe | La relazione umana come fondamento dell’istituzione

Abbiamo chiesto ad alcune amiche e amici, come Jovanotti, Lella Costa, Elio di Elio e le Storie Tese, Giuliano Pisapia e altri, di raccontare il loro punto di vista sulla relazione: l’amore e l’amicizia, il lavoro, l’educazione e l’aiuto, la politica, la relazione con Dio e con se stessi. Sono spunti per riflettere e per sorridere, un piccolo dono e un invito alle lettrici e ai lettori per dedicare, a loro volta, un po’ del loro tempo a considerare che ogni giorno siamo in relazione e, quindi, a porsi la domanda: «Che cosa posso fare per migliorare le mie relazioni?»

Questo è il contributo scritto da parte di Vito Volpe, psicologo del lavoro, fondatore e Presidente di ISMO

Un esempio: quando nelle scuole superiori si realizzano i periodi di autogestione, la più frequente “innovazione” è quella di fare scuola senza gli insegnanti. Un “intervallo” e una parentesi rispetto alla routine quotidiana, ma non una ri-creazione iniziatrice di possibili cambiamenti e trasformazioni.

Tuttavia, una scuola senza gli insegnanti non è più scuola, non è più un’istituzione educativa ed è realistico pensare che ha poca consistenza come luogo di apprendimento perché manca una delle componenti fondative. Alla scuola “dell’obbligo”, autoritaria e centrata sugli insegnanti, si sostituisce la scuola dei soli allievi, “liberi”, indipendenti e forse abbandonati. Una nuova condizione, se pur momentanea, che contiene qualche segno di critica radicale all’esistente, ma non anticipa una nuova istituzione. Si conferma invece la logica della scissione, si impara a dividersi e a contrapporsi, come se un’istituzione possa contenere una sola “verità”, una sola volontà, una sola autorità (o gli studenti o i professori) e non una pluralità di esperienze in dialogo. L’istituzione che si vorrebbe ingenuamente è quella di parte, non quella di tutti, frutto di uno sforzo unitario che richiede mediazione, che ospita volontà e aspirazioni diverse, ma senza rotture, senza esclusioni.

Ho accennato a un esempio semplice e genuino per introdurre una questione ben più grande e radicata nel nostro agire quotidiano: la contrapposizione che separa nettamente il bene dal male, l’amico dal nemico, ponendo sé e i propri amici nel bene e gli altri nel male. In questo modo si rimane bloccati nel “tutto o niente”: chi vince, vince tutto e chi perde, perde tutto. E’ la nostra difficoltà a essere una società pienamente democratica e dunque pluralistica, differenziata, incompiuta, dove consenso e dissenso possono essere in conflitto, ma sono entrambi indispensabili.

Tutto ciò non significa assumere una posizione neutrale e indifferente, anzi. Se non contrapponiamo a priori le diverse posizioni, come spesso avviene nella scuola e nelle altre istituzioni, riusciremmo a fare scelte più coraggiose. Ci vuole più amore per essere capaci di vivere le differenze come libertà di essere e come parità fra soggetti diversi. Se facciamo una gerarchia tra le diversità ne annulliamo il loro valore. E’ invece il momento di sperimentare cose nuove, perché siamo coinvolti sempre più in un avvenire di cui non abbiamo ipotesi, pur intuendo un grande potenziale di cambiamento.

Immaginare ed essere pronti al cambiamento: è questa la formazione che dobbiamo dare ai nostri giovani per aiutarli a stare nelle vertigini del dubbio, per saper cogliere l’attimo, per sperare. Una grande formazione introspettiva e relazionale che studia il proprio sé, i propri desideri, quella bellezza che ci attira, che ci affascina, che ci fa sognare.

Nel pieno della crisi non si deve avere paura di pensare in grande, bisogna potenziare la propria autonomia personale di relazione e interpretazione del mondo. Nessuno è arrivato, siamo tutti in viaggio, non ci sono gli stranieri, lo siamo tutti in un mondo che cambia così rapidamente e radicalmente. Siamo tutti impotenti e onnipotenti, dipende dal nostro stato d’animo, da quello che incontriamo nel nostro inconscio e nel nostro mondo più intimo, nelle nostre relazioni più calde e generose. Occorre stare bene per vedere con ottimismo il futuro e l’avvenire: la forza che ci serve possiamo attingerla dal mondo interiore.

Dobbiamo poter ex-patriare dal nostro passato, dai nostri vissuti, da ciò che abbiamo già, per affrontare l’incertezza e il rischio dell’avvenire. E’ più realistico scambiare ciò che ci appare illusoriamente “certo” con l’incerto, la luce con il buio, non per andare nelle tenebre, ma per uscirne e trovare nuove speranze.

2018-04-19T09:08:03+00:00 19/04/2018|Categories: Chiamala relazione|Tags: |