Volontariato significa relazione

La storia di Angelica e la sua esperienza di Cammino inclusivo.

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«Devo essere sincera: non mi ha spinta tanto l’idea del cammino in sé. Se fosse stato un trekking tecnico, dove ognuno pensa per sé, non avrei partecipato. Mi ha attirata il fatto che fosse un cammino inclusivo, dove si condivide davvero l’esperienza, partendo da storie, età e vissuti diversi».

Così racconta Angelica, volontaria BIR dal 2022. Per lei, non esiste un momento giusto per partire, ma è qualcosa che “viene da dentro”: «Io l’ho trovato a 25 anni, una ragazza con cui ho camminato ne aveva 17, eppure abbiamo trovato lo stesso linguaggio. Quello che mi colpisce sempre è che non c’è chi guida e chi viene guidato: ci si aiuta, si cammina fianco a fianco. Nel gruppo si crea un equilibrio spontaneo, fatto di ascolto, cura e partecipazione. Durante il cammino, ognuno dà il proprio contributo: non c’è chi dirige, ma ognuno può proporre, condividere, prendersi cura. Per due settimane si vive insieme, e quella quotidianità ti rimane dentro».

Angelica è stata anche referente: «È un’altra prospettiva: hai responsabilità, ma impari che essere responsabili non vuol dire fare tutto da soli. Si tratta di sapersi adattare, proporre, ma anche riconoscere i propri limiti». Per lei, fare volontariato significa vivere esperienze vere insieme agli altri.
«Credo che molti giovani oggi cerchino proprio questo: contro la solitudine in cui alle volte ci troviamo, vogliamo sentirci parte di qualcosa, avere un ruolo dentro una comunità».

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