I ragazzi si sentono esclusi, reprimerli è stupido

“Ho accolto alcuni dei giovani arrestati per le devastazioni” spiega lo storico cappellano del carcere minorile Beccaria. “Sono dei figli di nessuno: punirli più duramente non li rieducherà”.

Condividi su

«Pronto, don Gino? Buongiorno e buon compleanno!». Inizia con i nostri auguri l’intervista a don Gino Rigoldi: 87 anni – compiuti il 30 ottobre – di vitalità e voglia di fare che raccontano il personaggio meglio di tante parole. Per tutti è “il sacerdote dei ragazzi”, “il prete di strada e di frontiera” per la sua capacità di abbattere muri. La sua forza? Stare sempre accanto agli adolescenti, per 52 anni come cappellano del Cesare Beccaria, il carcere per i minori di Milano (dal 1 marzo 2024 al suo posto c’è don Claudio Burgio), e con la Comunità Nuova, che ha fondato nel 1973 e che con CN Hub è impegnata nell’accoglienza, educazione e inclusione sociale. «È un privilegio stare vicino agli adolescenti e accompagnarli nel loro percorso di cambiamento. Tra i ragazzi usciti dal Beccaria, pochissimi ci sono ricaduti», dice a Gente il sacerdote milanese.

Don Gino, come festeggia le 87 primavere?

«Pregando, facendo due chiacchiere con il “capo”, Gesù Cristo, e pensando al futuro. Ho tanti progetti: dalle attività di volontariato in Romania alla formazione dei ragazzi del Beccaria come cuochi e pizzaioli».

È il 1974 quando mette piede per la prima volta in quell’istituto: cosa capisce?

«Che per instaurare una relazione e un rapporto di fiducia con i ragazzi non si deve avere paura di loro. Se hai paura, quel sentimento diventa un giudizio e li allontana».

Come sono cambiati quei giovani in cinque decenni?

«Sono sempre adolescenti in cerca di punti di riferimento, molti dei quali stranieri, coinvolti in reati legati alla sopravvivenza. Ho notato cambiamenti soprattutto nei migranti che oggi, rispetto ai primi arrivati in Italia, sono più fragili psicologicamente e più difficili da accompagnare».

Negli occhi ci sono ancora le immagini delle proteste di Milano, le vetrine rotte e gli scontri con la polizia. Cosa legge in quei giovani?

«Erano soprattutto ragazzi italiani, gli stranieri una minoranza. È indecente che alcuni giornali abbiano scritto che l’Islam “attacca” Milano. I reati vanno puniti certo, ma questi giovani sono spesso “figli di nessuno”: davanti a una torta da spartire si sentono esclusi. Non hanno ricevuto un’educazione intesa come capacità di stare in relazione con sé stessi e con gli altri, che sembra scomparsa nelle famiglie, nelle scuole e nelle parrocchie».

Per quelle devastazioni, 35 minorenni arrestati, alcuni sono arrivati al Beccaria. Quanti sono rimasti?

«Solo tre. Ne erano arrivati una ventina. Alcuni di loro sono stati trasferiti in comunità, in altri istituti penitenziari, altri rimessi in libertà con misure alternative al carcere. Si erano inseriti in un gruppo che, almeno nelle intenzioni dichiarate, chiedeva pace e giustizia. Alcuni di loro credo avessero consapevolezza delle ragioni della protesta, ma la maggior parte no, si era aggregata e basta».

Non erano consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni?

«Molti non ne erano consapevoli. Pensavano forse di fare una bravata. Il rischio, adesso, è che vivano le conseguenze di quanto accaduto solo come una punizione, senza la percezione che qualcuno voglia davvero aiutarli».

Lei ha parlato con loro: cosa vi siete detti?

«Erano stupiti, non si sarebbero mai aspettati di finire al Beccaria. Alcuni cercavano di difendersi, di protestare, sostenendo che nessuno li aiuta, né si interessa a loro. Abbiamo parlato dei loro vissuti. Erano agitati, preoccupati, molto scossi per quello che era successo. Ho spiegato che erano nei guai, ma che le cose si sarebbero risolte e che sarebbero rimasti solo qualche giorno. Ho cercato di rassicurarli e aiutarli a vivere la situazione senza drammatizzarla».

Il più piccolo aveva 13 anni.

«Sì, ma non ho avuto modo di approfondire la sua storia».

Come sono stati coinvolti? Cosa legge dietro i loro comportamenti?

«Il desiderio di affermazione, di sentirsi riconosciuti e di avere quello che gli altri hanno: un telefonino nuovo, un paio di scarpe firmate, oggetti che fanno parte di una torta che loro non sono mai stati chiamati a spartire».

Dopo l’accaduto, si parla di pene più aspre e della costruzione di nuovi penitenziari. Ma ha senso?

«Punire più duramente gli adolescenti produce il risultato contrario. I giovani cambiano se li convinci e offri loro strumenti per esprimersi, fare cose positive e aiutarli a diventare grandi. Pensare di sistemare la società aumentando la repressione è una stupidaggine».

La direttrice del Beccaria è Eleonora Cinque, prima di lei ci sono state altre donne al vertice: sono un valore aggiunto?

«Sì, hanno una maggiore capacità affettiva e sanno essere materne, qualità importanti in un contesto in cui molti ragazzi sono poveri o abbandonati dai genitori».

Come si restituisce dignità a un adolescente che ha sbagliato?

«Con l’affetto e la relazione, senza identificare il ragazzo con il reato che ha commesso. Ho visto cambiamenti radicali quando gli adulti ascoltano e valorizzano i giovani».

E noi adulti dove abbiamo fallito?

«Garantendo cose materiali, ma non chiedendo loro se sono felici e da chi si sentono amati. I figli non sono aziende da cui pretendere buoni risultati».

Dove trova la forza per le sue battaglie?

«So solo che aiutare i giovani e le persone fa bene a me».

Fonte: Gente, 06/11/2026 – B. Nevosi