Il futuro non finisce quando raggiungi un traguardo

Pedro oggi ha un lavoro stabile e sta comprando casa. E proprio adesso ha deciso che vuole tornare a studiare.

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Ci sono traguardi che, quando li raggiungi, sembrano la fine di un percorso: un lavoro stabile, una casa, la possibilità di mantenersi da soli.

Per Pedro, oggi, sono realtà: a 27 anni lavora come tecnico di rete in fibra ottica, ha un contratto a tempo indeterminato e sta comprando la sua prima casa. Sono conquiste importanti, soprattutto se si guarda alla strada che ha dovuto percorrere per arrivarci.

Ma oggi Pedro non ci ha contattati per raccontarci quello che ha già raggiunto.

Ci ha contattati perché ha ricominciato a pensare a quello che può ancora fare: vuole tornare a studiare, vuole andare all’università.

Non è un’idea improvvisa. La predisposizione allo studio e alla formazione c’è sempre stata. Pedro si era diplomato anche in una fase della sua vita in cui tutto sembrava spingere nella direzione opposta: aveva vissuto per strada, era stato allontanato dalla famiglia, aveva dovuto affrontare molto presto l’incertezza e la necessità di trovare da solo una direzione.

Eppure aveva continuato a studiare. Poi era arrivato il lavoro, la formazione professionale, la ricerca di una strada che gli corrispondesse. Oggi quella strada l’ha trovata. Ma non per questo ha smesso di guardare oltre.

Quando il desiderio torna possibile

C’è una differenza importante tra avere un desiderio e sentirsi nella condizione di poterlo trasformare in un progetto.

Per molto tempo, per alcune persone, il futuro coincide soprattutto con ciò che è necessario risolvere nel presente: trovare un posto dove stare, un lavoro, una stabilità economica, imparare a gestire la propria quotidianità.

Quando queste condizioni finalmente diventano più solide, può aprirsi uno spazio nuovo, uno spazio per chiedersi: Che cosa mi interessa davvero? Che cosa vorrei imparare? Dove posso ancora arrivare?

Per Pedro oggi quello spazio è l’università e questa volta non si tratta soltanto di raggiungere una condizione di maggiore stabilità, ma si tratta di tornare a coltivare una parte di sé che era rimasta sullo sfondo. Non ricominciare da capo. Ripartire da ciò che si è costruito.

La sua storia ci ricorda che i percorsi non sono lineari.

A volte si pensa al futuro come a una successione di tappe: scuola, lavoro, casa, famiglia. Ma le vite delle persone non seguono necessariamente questo ordine. E soprattutto un traguardo non chiude necessariamente una storia.

Per Pedro, la casa che sta comprando non è soltanto la dimostrazione di essere arrivato a una condizione di autonomia. È anche la base da cui può permettersi di pensare a qualcosa di nuovo.

Il lavoro che ha conquistato non è soltanto una sicurezza economica. È anche la condizione che oggi gli consente di chiedersi che cosa vuole imparare ancora.

E l’università non rappresenta un ritorno al passato. È un nuovo pezzo di futuro.

Tornare a desiderare

Forse è questo uno degli aspetti meno visibili dei percorsi di inclusione.

Non sempre il cambiamento si misura soltanto attraverso ciò che una persona riesce a ottenere. A volte si misura attraverso ciò che torna a desiderare.

Un ragazzo che comincia a pensare di poter studiare. Una persona che, dopo aver trovato un lavoro, si chiede quale professione vorrebbe davvero fare. Chi, dopo aver trovato una casa, comincia a immaginare come vorrebbe vivere.

Sono pensieri che possono sembrare piccoli. In realtà segnano un passaggio fondamentale: il futuro smette di essere qualcosa che semplicemente accadrà e torna a diventare uno spazio nel quale scegliere.

Pedro oggi si trova proprio lì: ha già costruito molto e adesso si sta chiedendo che cosa può costruire ancora.

Perché tornare a immaginare il futuro non significa dimenticare la strada fatta. Significa accorgersi che quella strada può continuare.