Per un ragazzo con una storia difficile alle spalle, entrare nel mondo del lavoro è difficile. Restarci lo è ancora di più. Un banale rimprovero può pesare come un macigno e avere effetti devastanti sull’autostima guadagnata con fatica e sudore.
È una storia che don Gino Rigoldi conosce bene. La sua fondazione si occupa da anni di sostenere ragazzi e famiglie aiutandoli a superare i problemi del presente per iniziare a progettare con fiducia il domani. Ora continua a farlo con STEP, un progetto innovativo e replicabile di contrasto alla vulnerabilità giovanile sviluppato dalla Fondazione grazie ai 500 mila euro ricevuti da Citi Foundation.
“Con il nostro lavoro creiamo occupazione e dignità”, spiega don Gino. “Se moltiplicassimo i percorsi di formazione, fatti con la cordialità che cerchiamo di distribuire, forse potremmo diminuire il numero di quelli che spaccano le vetrine”, continua in riferimento alle proteste del weekend degenerate in saccheggio.
Nel giro di due anni il progetto supporterà l’inserimento lavorativo di 250 giovani vulnerabili. Studenti a rischio abbandono scolastico, con background migratorio o provenienti dal sistema giudiziario minorile. Ragazzi che non lavorano né sono impegnati in percorsi di formazione.
Ma guai a chiamarli Neet. “Una definizione” spiega l’assessore al Welfare e alla salute di Milano Lamberto Bertolè “che evidenzia ciò che manca invece di valorizzare ciò che già c’è”.
Il progetto STEP fa l’esatto contrario. Partendo proprio dal riconoscimento dei punti di forza di ciascun ragazzo si costruisce un percorso educativo e professionale su misura. Il primo passo è un colloquio individuale con i giovani segnalati dai servizi sociali o dalle comunità per minori.
Dopo aver capito propensioni, capacità e desideri si indirizzano i ragazzi verso percorsi educativi individuali. In più, per chi non padroneggia la lingua si organizzano lezioni di italiano, mentre per gli altri si favoriscono corsi di potenziamento dell’inglese.
Infine, l’inserimento in azienda, che avviene sempre sotto la supervisione di un educatore che conosca il ragazzo nelle sue fragilità. Queste spesso esplodono per incapacità a gestire lo stress, incassare un feedback critico o mantenere un rapporto prolungato con clienti e colleghi. Le competenze tecniche non mancano. Quelle si acquisiscono facilmente grazie ai corsi strutturati ad hoc per il target, come spiega il professore della Statale Edoardo Della Torre: “Percorsi brevi e molto orientati alla pratica emergono, dall’esperienza diretta delle aziende che impiegano questi ragazzi, come i più efficaci”.
Anche l’università Statale di Milano partecipa al progetto: si interfaccia con le aziende, intervista datori e capi area e raccoglie dati per capire come colmare il divario tra le aspettative e le esigenze delle imprese e le caratteristiche dei giovani in uscita dai percorsi formativi. Dal primo report, stilato a 6 mesi dalla partenza di Step, questo disallineamento emerge lungo tre dimensioni principali: mismatch di competenze trasversali; incapacità di garantire continuità alla prestazione lavorativa nel tempo; incompatibilità dei ragazzi con le caratteristiche di certi settori considerati. A non mancare sono la volontà e la serietà dei ragazzi che partecipano: “”I ragazzi che incontriamo sono molto più maturi e attivi di quanto non fossero in passato. Adesso arrivano, si impegnano e imparano il mestiere”. Parola di don Gino Rigoldi.
Fonte: Avvenire – Milano, Rassegna Stampa

