L’inclusione sociale non è solo una questione degli esclusi

Cosa significa inclusione sociale per la nostra Fondazione, gli operatori che lavorano quotidianamente nei servizi e i beneficiari?

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Inauguriamo una rubrica bimestrale pensata per approfondire i temi che guidano il nostro impegno quotidiano. Ogni due mesi approfondiremo un ambito del nostro agire sociale con cui ci confrontiamo ogni giorno all’interno dei nostri progetti o in quelli che sosteniamo.
Iniziamo con l’inclusione sociale: racconteremo il nostro sguardo su questo ambito, quello di chi lavora sul campo e le storie di chi vive i nostri progetti.

Quando si parla di inclusione sociale esiste anche chi esclude, oltre all’escluso.

Per chi come noi lavora nel Terzo Settore e si occupa di fragilità, inclusione sociale significa rimuovere gli ostacoli che la impediscono attraverso progetti che si rivolgono da una parte a chi è escluso e dall’altra a chi esclude.

Mancanza di istruzione, povertà economica, disagio psicologico, provenienza dal circuito penale, dipendenza, mancanza di documenti aggiornati sono gli ostacoli che maggiormente incontriamo nelle persone di cui ci occupiamo e che gli impediscono di partecipare ai diritti di cittadinanza e alle opportunità di crescita.

Miglioriamo le condizioni delle persone escluse sostenendo concretamente i percorsi di chi ha bisogno di integrazione: abbiamo uno sportello territoriale in Giambellino dove incontriamo le famiglie fragili, abbiamo un centro diurno in cui favoriamo percorsi per chi ha problemi di dipendenza, aiutiamo le persone in difficoltà a mettersi in regola con i documenti per accedere alle possibilità di sostegno già esistenti,…

Lavoriamo sull’atteggiamento di chi partecipa a generare l’esclusione, rimuovendo giudizi, paure, impreparazione di fronte a biografie complesse. Infatti per ogni giovane e per ogni nucleo familiare che viene escluso c’è sempre un’istituzione o un atteggiamento sociale che tende a escludere.

Diffondiamo una cultura che non si fondi sulla selezione dei più “adatti”, ma sul riconoscimento che ogni persona umana deve avere la possibilità di fare parte della società in cui vive. In questo senso coinvolgiamo le aziende in percorsi condivisi in cui riflettiamo sul tema dell’inclusione lavorativa delle giovani e dei giovani che pensano di non avere possibilità di futuro e sosteniamo in ambito penale gli art. 21 per dare la possibilità a chi è detenuto di porre le basi per ricominciare.

Le voci dal campo

Chi lavora ogni giorno per costruire inclusione sociale sa che non si tratta solo di buone intenzioni, ma di riconoscere diritti, abbattere barriere e rimettere in discussione schemi troppo rigidi. È per questo che abbiamo incontrato le educatrici e gli educatori che si dedicano all’inclusione sociale: dal loro osservatorio emerge chiaramente chi sono gli esclusi, le ragioni dell’esclusione e come si costruisce inclusione sociale.
Esclusione significa spesso restare fuori da un sistema che non prevede eccezioni: escluso è chi non ha un documento, un alloggio, un lavoro in regola, una rete famigliare e sociale, chi porta addosso un errore che lo definisce per sempre o eredita una condizione di povertà. Deriva spesso dal mancato riconoscimento dei diritti fondamentali, come il paradossale cortocircuito che lega indissolubilmente residenza e documento di identità.
Spesso dietro queste storie si cela un senso di responsabilità che a volte diventa colpa e che toglie speranza in chi la prova. Potrebbe succedere a chiunque di inciampare, se solo non avesse avuto una rete, un appoggio, qualcuno che spiegasse come muoversi nella burocrazia o semplicemente se fosse nato con un altro colore della pelle, in un altro luogo, con meno privilegi. È sottile il confine tra equilibrio e caduta.
La risposta che ci arriva da chi lavora sul campo è chiara: conoscenza, contaminazione, autocritica e empatia possono rendere possibile il cambiamento come persone, organizzazioni e Paese. Allora tendere la mano sembrerà l’unica scelta sensata.

Storie di inclusione sociale

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