Il lavoro cambia la vita: noi sappiamo accogliere chi ha più bisogno di cambiarla?

Cosa significano formazione e lavoro per la nostra Fondazione, gli operatori che lavorano quotidianamente nei servizi e i beneficiari?

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Continua la nostra rubrica bimestrale pensata per approfondire i temi che guidano il nostro impegno quotidiano. Ogni due mesi approfondiremo un ambito del nostro agire sociale con cui ci confrontiamo ogni giorno all’interno dei nostri progetti o in quelli che sosteniamo.
Questo mese parliamo di formazione e lavoro: racconteremo il nostro sguardo su questo ambito, quello di chi lavora sul campo e le storie di chi vive i nostri progetti.

Il lavoro è certamente una, spesso l’unica, fonte di reddito indispensabile per tante persone, ma a seconda del bisogno e delle condizioni di vita che incontra assume diversi significati altrettanto importanti.

Per chi, ragazza o ragazzo, è disorientato, bloccato, sfiduciato da qualche fallimento precedente (scolastico o lavorativo), il lavoro diventa opportunità di riprendere una dinamica di cambiamento, di ricominciare ad avere fiducia e progettare una futura autonomia.

Per chi si trova recluso in carcere, sia esso minorenne o maggiorenne, il lavoro rappresenta la possibilità di uscire dal carcere e di inserirsi nella società.

Per chi, infine, è arrivato in Italia da paesi poveri o attraversati da violenze e discriminazioni con la speranza di una vita dignitosa, il lavoro è una questione di vita o di morte, letteralmente, perché raramente ha dei legami familiari e sociali e non può contare su alcuna rete di supporto.

Motivazioni diverse, bisogni in parte diversi, ma tutte hanno in comune la necessità di accompagnamento e sostegno educativo: riprendere contatto con le dinamiche e le relazioni di lavoro, o magari doverle apprendere per la prima volta, non è semplice, ma è il risultato che tutti vorremmo ottenere. Per questo i nostri progetti non si limitano alla formazione professionale ma cercano di fornire il supporto necessario a sviluppare le competenze trasversali, le abilità per muoversi in autonomia, la regolarizzazione dei documenti quando necessario.

C’è però anche la controparte, il datore di lavoro, che deve offrire opportunità e trattamenti equi, disponibilità ad accogliere biografie più complesse di altre. Per questo con i nostri progetti ci impegniamo a dare supporto anche alle aziende, sia con una attività formativa per definire la loro attitudine all’accoglienza, sia con i nostri tutor che facilitano, quando opportuno, la relazione tra il o la nuova lavoratrice e il datore di lavoro.

Le voci dal campo

Per capire i ragazzi “difficili” è necessario fare uno sforzo di immedesimazione.

Se sono nati qui arrivano da contesti di grande fragilità che significa povertà non solo economica, ma di opportunità, di formazione, di strumenti. Alle volte c’è addirittura una sorta di boicottaggio attivo da parte delle famiglie che mettono pressioni, ansie, controllo arrivando a ostacolare il cammino di questi ragazzi verso l’emancipazione.

Se invece pensiamo ai minori stranieri non accompagnati quando sono arrivati in Italia sono generalmente stati accolti in modo inadeguato. Su questi ragazzini c’è la scommessa della famiglia d’origine che determina un’urgenza di autonomia (e di denaro da mandare “a casa”) che tutti quanti crediamo di poter accompagnare con percorsi graduali fatti di piccoli passi: spesso scappano dalle comunità che si scoprono incapaci di rispondere ai loro bisogni ed entrano in circuiti di illegalità. Questi ragazzi sono catapultati in un sistema culturale, economico e sociale che va al di là delle loro esperienze e della loro biografia. Non bisogna sottovalutare questo aspetto: a loro si chiede semplicemente di adattarsi al nostro contesto culturale, dando per scontato che sia facile comprenderlo. Viviamo in una società dove vige l’obbligo al consumo: noi per primi abbiamo bisogno di consumare per mostrare la nostra presenza e identità. Questi giovani non fanno altro che imitarci nella maniera più tragica: noi vogliamo i soldi, loro li vogliono; noi compriamo continuamente per rispondere a continui nuovi bisogni che non sapevamo neanche di avere, loro si comprano l’intero menu del Mc Donald solo per mostrare la loro capacità e possibilità di fare lo stesso.

Chi di lavoro sta a contatto con questi ragazzi e queste ragazze cerca continuamente di “vedere” queste persone perché è quello che ci chiedono in questa continua esibizione di sé. Proviamo ad aiutarli a comprendere le conseguenze di certe scelte. Quando il bisogno è l’autonomia che passa dal lavoro e dal denaro, ci sono due possibilità: scegliere di adattarsi e lavorare in contesti dove neanche noi accetteremmo di farlo oppure scegliere di rischiare e guadagnare “in 5 minuti di paura” quello che guadagneremmo in un mese o in un anno. Cercano adulti che li badino, li accompagnino e li aiutino a capire qual è la strada per rispondere al bisogno che li ha portati qui: aiutare la loro famiglia d’origine.

Noi cerchiamo di trovare risposte da proporgli: se sono da riattivare li coinvolgiamo in percorsi soft che allenano anche le competenze trasversali, quelle capacità che a volte si danno per scontate come lavorare in gruppo, dare continuità agli impegni,…; se non hanno esperienza, progettiamo con aziende e partner corsi di formazione professionalizzante sulla base della disponibilità delle aziende, della spendibilità della formazione o della effettiva capacità di riattivazione che ha quell’esperienza in particolare; se hanno bisogno di lavorare, i nostri tutor dialogano con aziende e contesti dove ci sia disponibilità, capacità di accogliere gli inciampi di questi ragazzi e scelta di investimento formativo perché questi ragazzi sono la nostra forza, il nostro futuro. E se in più sono ancora in carcere progettiamo formazioni nel periodo della detenzione così da aiutarli a uscire avendo già un lavoro in tasca, che è la metà della strada per non ricascare nell’illegalità e per non sentirsi solo con un bollino che parla della loro “provenienza penale” sulla fronte, perché bisogna ricordarsi di non identificarli con gli errori che hanno commesso. Per questi hanno già pagato. A noi spetta aiutarli a continuare a credere ad un domani diverso.

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