Il carcere ferma le persone, non le ricostruisce

Cosa significa operare nell’ambito del penale per la nostra Fondazione, gli operatori che lavorano quotidianamente nei servizi e i beneficiari?

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Continua la nostra rubrica bimestrale pensata per approfondire i temi che guidano il nostro impegno quotidiano. Ogni due mesi approfondiremo un ambito del nostro agire sociale con cui ci confrontiamo ogni giorno all’interno dei nostri progetti o in quelli che sosteniamo.
Questo mese parliamo di penale: racconteremo il nostro sguardo su questo ambito, quello di chi lavora sul campo e le storie di chi vive i nostri progetti.

Le nostre azioni rivolte alle persone detenute si ispirano alla nostra pedagogia, fondata sulla relazione e sulle opportunità, e l’articolo 27 della Costituzione, “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Principi che valgono per le persone adulte e, ancor più, per chi è adolescente.

Ma la realtà delle carceri italiane è molto distante dalla teoria. Sovraffollamento, abusi, impreparazione degli agenti di polizia, assenza di un progetto complessivo rivolto ai detenuti: i percorsi di cura e di educazione, per mancanza di risorse e quindi di volontà, non trovano spazio.

In carcere diventa impossibile curare una dipendenza, anzi, le dipendenze, da sostanze illegali e legali, possono nascere proprio in carcere. Per questo motivo il centro diurno per le dipendenze Azimuth accoglie persone detenute: solo in un contesto esterno al carcere è possibile prendersene cura.

In carcere le persone non vengono preparate per reinserirsi nella società. Per questo motivo abbiamo aperto una scuola di edilizia nel carcere di Opera che, dopo la formazione, offre ai detenuti un contratto di lavoro esterno, indispensabile per riabilitare la capacità di costruire relazioni sociali, di ricostruire le relazioni familiari e di realizzare l’autonomia economica.

In generale le attività educative incontrano all’interno delle mura un ambiente incompatibile con la loro realizzazione. Questo vale per gli adulti, vale ancor più per i minorenni.

Se gli istituti considerassero seriamente i profili dei ragazzi, se prendessero sul serio il mandato educativo dichiarato dalla nostra Costituzione, se trattassero gli adolescenti come germogli, alle volte anche riottosi, che devono essere curati per poter fiorire, se… Ma tutto questo non avviene, perché il carcere rimane un’istituzione oppressiva e punitiva anche nei confronti di chi non ha un progetto criminale ma esprime, malamente, solo la rabbia degli esclusi.

Da qui occorre ripartire: dalla povertà economica e relazionale dei minori sotto procedimento penale, soprattutto se migranti. Arrivati nel nostro paese per costruire una nuova vita, trovano quasi sempre un muro di difficoltà che impedisce loro di realizzare anche solo il minimo indispensabile per vivere. Non conoscono l’alfabeto e il lessico della nostra società, non hanno una famiglia o degli adulti che possano indicare loro una direzione costruttiva, non hanno relazioni con il mondo adulto se non attraverso le istituzioni, che invece di accompagnarli si contrappongono a loro, diventano ostacolo e non risorsa. In un contesto come quello di Milano e delle grandi città, non trovano accoglienza, casa, lavoro dignitoso. Vivere diventa sopravvivere e il richiamo delle scorciatoie appare quasi irresistibile.

Per questi motivi vogliamo costruire una relazione di fiducia con questi ragazzi. Crediamo sia fondamentale prendersi cura di loro, offrire occasioni reali di cambiamento, farli sentire accolti nella nostra società, dare loro occasioni di confronto con ragazzi e ragazze dalle diverse biografie, con adulti disponibili ad ascoltare e a sostenere i loro progetti di vita futura. Crediamo che tutto ciò sia possibile se realizzato fuori dalle mura del carcere: se l’assenza di una rete familiare e sociale è una delle ragioni che ha impedito a questi ragazzi di avere un progetto di vita, è proprio da queste reti che occorre ricominciare. Ispirati dalla storia di don Gino che, cappellano del Beccaria per 50 anni, ha sempre cercato di “portare fuori” i ragazzi detenuti.

Le voci dal campo

Alla domanda su quale sia il problema del carcere, i nostri operatori non hanno avuto dubbi: il problema del carcere è il carcere stesso. È una risposta che può sembrare provocatoria, ma nasce dall’esperienza quotidiana. Perché è necessario che ogni persona abbia uno spazio minimo di intimità e, allo stesso tempo, la possibilità di costruire relazioni sane. Ma il sovraffollamento, ormai strutturale, rende entrambe queste cose di fatto impossibili.
È necessario poter accedere con continuità ad attività educative, formative e lavorative. Ma, anche quando esistono, queste opportunità vengono spesso limitate o svuotate da procedure burocratiche lente, complesse e talvolta mortificanti.
È necessario poter comunicare, orientarsi, capire il contesto in cui si vive. Ma le difficoltà linguistiche, organizzative e relazionali producono isolamento e solitudine.
È necessario poter costruire un percorso che prepari davvero all’uscita. Ma troppo spesso si esce senza documenti, senza lavoro, senza formazione e senza una rete di riferimento.
In queste condizioni, diventa difficile sostenere che il carcere possa essere un luogo in cui si realizza quanto previsto dall’articolo 27 della Costituzione. Al Beccaria, il 60% e il 70% dei ragazzi è di origine straniera, e tra questi circa il 90% è costituito da minori stranieri non accompagnati. Accanto a loro, ragazzi italiani: storie, strumenti e prospettive molto diverse che convivono nello stesso spazio, senza che questa complessità trovi sempre risposte adeguate.
E allora sì: il rischio di uscire “peggio di come si è entrati” non è un’esagerazione, ma una possibilità concreta.
Ma fermarsi qui non è sufficiente.
Se il carcere, così com’è, fatica a generare cambiamento, allora è necessario affiancarlo, aprirlo, costruire alternative. Non per sostituirsi, ma per rendere possibile ciò che oggi non lo è.
Servono esperienze reali, fuori dalle mura, che permettano ai ragazzi e alle ragazze detenute di sperimentarsi in contesti diversi. Servono relazioni significative, figure di riferimento, occasioni quotidiane in cui possa nascere una possibilità di scelta diversa.
È da qui che nasce il percorso che stiamo costruendo: non un’aggiunta, ma una risposta concreta a ciò che oggi manca.
Perché non si tratta solo di riconoscere un problema. Si tratta di agire.
E, prima ancora, di diritti.

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